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InsideOver è un sito di reportage, approfondimento e analisi su temi internazionali. Grazie ai nostri lettori abbiamo realizzato reportage in tutto il mondo.

Milan, Italy
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Khaled Ahmad tiene in mano un poster con la foto di suo figlio Walid. Walid ha 17 anni quando muore nel carcere israeliano di Megiddo, nel marzo 2025, denutrito. Lo avevano arrestato sei mesi prima perché sospettato di aver lanciato bottiglie molotov. Il 5 novembre, scrive il quotidiano israeliano Haaretz, le autorità annunciano che restituiranno il corpo alla famiglia. Lo hanno tenuto più di un anno e mezzo, anche quando alle indagini non serviva più. L’autopsia trova la scabbia e un’infezione partita dall’intestino e arrivata in tutto il corpo. Nei mesi prima di morire Walid ha perso così tanto peso che i medici scrivono di “magrezza patologica”. La causa della morte però non viene stabilita. “Il fatto che sia stato probabilmente affamato non può e non deve essere nascosto”, scrive a dicembre 2025 il giudice Ehud Kaplan. Poi chiude l’indagine, perché l’autopsia non dimostra un legame tra il deperimento di Walid e la sua morte. Per riavere il corpo di Walid, che era anche cittadino brasiliano, l’avvocata della famiglia, Nadia Dakka, scrive all’esercito, alla polizia e al ministro della Difesa, e quando nessuno risponde ricorre alla Corte suprema israeliana. Il governo replica che sta ancora rivedendo la sua politica sui corpi dei palestinesi, cambiata quando a Gaza c’erano gli ostaggi israeliani. A fine ottobre i giudici della Corte si lamentano che il governo non abbia ancora deciso. “Bisogna considerare di chi stiamo parlando, un ragazzo di 17 anni in custodia cautelare”, dice il giudice Ofer Grosskopf. “Non stiamo parlando di un capo terrorista”. Il governo chiede altre tre proroghe, poi cede. Nei mesi in cui muore Walid, altri detenuti di Megiddo, anche minorenni, si ammalano e perdono peso. Un ragazzo esce dal carcere a 46 chili, ne pesava 65. Dopo la chiusura dell’indagine la polizia dice ad Haaretz che sulla morte di Walid sta ancora indagando. Dakka ha chiesto quale indagine, nessuno le ha risposto. “Aver trattenuto il suo corpo è un’ingiustizia, come lo è stata la decisione di chiudere l’indagine”, dice il papà. “Walid non era malato prima dell’arresto e non aveva problemi di salute. Questo non va dimenticato”. #israel #palestine
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Un rapporto riservato delle Nazioni Unite, ottenuto dal New York Times, accusa una società di sicurezza degli Emirati Arabi Uniti, legata alla famiglia reale di Abu Dhabi, di aver reclutato mercenari colombiani per combattere in Sudan al fianco delle Forze di Supporto Rapido (RSF), il gruppo paramilitare accusato di massacri, crimini di guerra e atti di genocidio contro la popolazione civile. Il documento, trasmesso al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, identifica la società Global Security Services Group (GSSG), fondata da un alto funzionario della presidenza emiratina, che sul proprio sito si presenta come fornitore di sicurezza del ministero degli Esteri e della presidenza. Secondo gli investigatori, la società ha organizzato il reclutamento e il trasferimento di ex militari colombiani attraverso territori della Libia e della Somalia controllati da gruppi alleati degli Emirati. I combattenti, conosciuti come “Lobos del Desierto”, i “Lupi del Deserto”, hanno pilotato i droni delle RSF, addestrato i miliziani e dato supporto all’artiglieria anche durante l’assedio di El Fasher, la città del Darfur conquistata dalle RSF nell’ottobre 2025 dopo 18 mesi di accerchiamento. Secondo l’ONU, a El Fasher sono state uccise almeno 6.000 persone in tre giorni. Già a luglio gli esperti dell’ONU giudicavano credibili le stime di 1.500-2.000 colombiani in Sudan. Gli Emirati hanno detto all’ONU che la GSSG non ha mandato mercenari in Sudan e negano di sostenere una delle parti in guerra. Il rapporto arriva mentre Lana Nusseibeh, ministra di Stato emiratina per gli Affari esteri e già ambasciatrice all’ONU, è in corsa per diventare segretaria generale delle Nazioni Unite. Nel 2024 alla CNN definiva “categoricamente false” le accuse sul Sudan. Ora scrive al New York Times che porre fine al conflitto sarà la sua priorità. “Il Sudan sarà una cartina di tornasole per il prossimo segretario generale”. “Lana Nusseibeh ha passato più di dieci anni a minimizzare il ruolo degli Emirati in Yemen e in Sudan, presentando Abu Dhabi come un attore umanitario e ignorando le prove sempre più numerose”, dice Bruno Stagno Ugarte, dirigente di Human Rights Watch. #rsf #sudan #un
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“Stiamo esportando libertà e prosperità ai nostri amici”. Lo scrive Luke Lindberg in un post su X del 2024, mentre stringe un fucile di precisione fabbricato nel South Dakota e destinato all’esercito israeliano. All’epoca è un funzionario per il commercio dello Stato americano. Il 26 ottobre Lindberg si insedia come direttore del World Food Programme (Wfp), l’agenzia Onu con sede a Roma che porta cibo e aiuti alle persone a rischio fame. Fino a poche settimane fa era sottosegretario all’Agricoltura nell’amministrazione di Donald Trump. Il sito The New Humanitarian, specializzato in crisi umanitarie, scrive che Lindberg sembra non avere esperienza nella gestione delle emergenze. Un funzionario umanitario dice allo stesso sito che è “ovviamente un sostenitore di MAGA”, ma anche “una persona con cui possiamo collaborare”. Alcuni dei 20.000 dipendenti del Wfp raccontano di essere a disagio per l’influenza degli USA sull’agenzia e per la scelta di Lindberg. Al ministero dell’Agricoltura USA Lindberg ha supervisionato la riforma di Food for Peace, il programma con cui gli Stati Uniti spediscono il loro cibo ai Paesi in crisi. Ora lo ricevono solo alcuni Paesi. Restano fuori Mali, Somalia, Sudan e Yemen, dove la fame è grave, mentre ne entrano altri dove non lo è. Per scegliere, dice Lindberg, si guarda al fabbisogno, ai partner che distribuiscono il cibo e agli “interessi geopolitici degli Stati Uniti”. Il Wfp ha sempre meno soldi. Secondo i dati dell’agenzia, i contributi sono passati da 9,8 miliardi di dollari nel 2024 a 5,8 nel 2026 (finora), e quelli degli USA da 4,44 miliardi a 1,7 al 3 novembre. A Gaza il Wfp ha già ridotto gli assistiti da 1,6 a 1,1 milioni, in Sudan ha sospeso gli aiuti a 800mila persone. A settembre, al Council on Foreign Relations, il think tank di New York, Lindberg difende i tagli americani: “L’idea che stiamo facendo marcia indietro è una descrizione ingiusta della pausa che ci siamo presi per rivalutare e riprogettare alcune delle strutture e il modo in cui operiamo”. Uno studio pubblicato su The Lancet stima che i tagli dei donatori possano causare 9,4 milioni di morti entro il 2030. #wfp #lindberg #trump
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Nel territorio di Mambasa, nell’est della Repubblica democratica del Congo, da maggio sono state uccise più di 1.000 persone. Più di 650 in una sola zona, Babila-Babombi. Li uccidono i miliziani delle Forze democratiche alleate, ADF, un gruppo armato nato in Uganda negli anni Novanta che nel 2019 ha giurato fedeltà allo Stato islamico. “Le vittime sono soprattutto uomini. I bambini e le donne il più delle volte vengono rapiti e avviati alla jihad”, dice Rams Malikidogo, che a Mambasa coordina un’associazione per i diritti delle donne e dei bambini e il 27 ottobre ha diffuso il bilancio. Lo stesso giorno l’organizzazione investigativa americana @TheSentry_Org pubblica un’inchiesta su come si finanziano le ADF. I soldi dell’Isis sono calati, e oggi la maggior parte arriva dall’oro estratto nelle zone di guerra e portato di contrabbando in Uganda. Solo dalle miniere intorno a Manguredjipa, nel Nord Kivu, The Sentry stima che il gruppo ricavi tra 1 e 1,6 milioni di dollari l’anno. “L’oro illecito è ormai la principale fonte di finanziamento del gruppo terroristico affiliato all’Isis in Congo, e quell’oro finisce in Uganda e negli Emirati Arabi Uniti”, dice Sasha Lezhnev, consulente di The Sentry. L’Uganda tiene migliaia di soldati in Congo per combattere le ADF insieme all’esercito congolese. Secondo l’inchiesta l’operazione ha solo spinto i miliziani verso le zone più ricche di oro e cacao. Malikidogo accusa anche chi dovrebbe proteggere i civili. Non ci sono operazioni militari serie, dice, e diversi ufficiali accusati di collaborare con i terroristi per arricchirsi restano impuniti. “I nostri morti attirano meno attenzione. Forse è il conflitto più sanguinoso dell’Africa, ma il Paese e il mondo non lo guardano. Ogni giorno seppelliamo i nostri morti”, dice Malikidogo. #congo #drc #isis
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“Nella Striscia stamattina sono andati a pescare invece che al mare. Una felicità così non la provavo dagli anni Sessanta”. Lo scrive su Facebook il 7 novembre il previsore del tempo israeliano Tzachi Peleg, sotto la foto di un campo di tende sommerse dall’acqua a Gaza. Quella mattina a Gaza City le famiglie tolgono l’acqua dalle tende con i secchi e portano fuori i bambini. In 12 ore pioggia e vento allagano 70.000 tende in cui vivono più di 350.000 sfollati, secondo l’ufficio stampa del governo di Gaza. Peleg aveva già parlato così delle tende di Gaza il 9 dicembre 2025, in diretta su Canale 14, la tv israeliana di destra, alla vigilia della tempesta Byron. “Non resterà in piedi una sola tenda, e se non sopravvive nemmeno la gente per me non è un problema”, aveva detto. In studio il conduttore Shimon Riklin rideva: “Così ci fai felici”. In poche ore la Protezione civile di Gaza riceve circa 1.500 richieste di aiuto. “Arriviamo e troviamo un intero campo allagato, con le tende, la gente, i mobili e i materassi”, racconta ad Anadolu Abdullah al-Majdalawi, uno dei responsabili. “Davanti a questa realtà siamo impotenti”. Su X l’israeliano Igal Malka, che nel profilo si presenta come attivista per i diritti umani, posta le foto delle tende allagate. “Che foto meravigliosa”, scrive. Il 1° novembre il comitato per l’emergenza invernale di Gaza aveva chiesto di far entrare 200.000 tende e un milione di teloni impermeabili. Israele, che controlla i valichi, blocca le tende e i materiali per i ripari. Già il 9 ottobre l’Oim, l’agenzia dell’Onu per le migrazioni, denunciava che circa 8.600 kit per ripari d’emergenza erano pronti fuori da Gaza ma le autorità israeliane non li facevano entrare. In un video un bambino in ciabatte, con l’acqua alle caviglie, indica la sua tenda. “Guardate quella tenda, è crollata. A nessuno importa di noi”. #gazaisdrowning #gazagenocide #israel
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Laura Loomer, l’attivista di estrema destra vicina a Donald Trump che si definisce un’“orgogliosa islamofoba”, si fa pagare da clienti privati per postare messaggi politici su X, dove la seguono 1,9 milioni di persone, e non lo dichiara. La accusano in un’inchiesta del Washington Post Alex Bruesewitz, consulente della campagna di Trump nel 2024, e altre tre persone che chiedono l’anonimato. Bruesewitz dice di averla pagata per alcuni tweet nel 2025 attraverso la sua società di consulenza politica. Due delle persone anonime dicono di averla pagata direttamente. Il Washington Post ha visto email ed estratti conto con quattro pagamenti, per oltre 60.000 dollari, versati da maggio 2025 a Loomer e alla sua società in Florida. Due fonti dicono che erano per post politici e che Loomer chiede tra 3.000 e 5.000 dollari a tweet. Loomer nega e si presenta come giornalista e attivista. “Certamente non chiedo 5.000 dollari per un tweet”, dice al Washington Post. Secondo le fonti, chi la paga lo fa per arrivare a Trump. Loomer ha viaggiato con il presidente e lo ha incontrato nello Studio Ovale. Nell’aprile 2025 la Casa Bianca ha licenziato diversi funzionari del Consiglio per la sicurezza nazionale che lei aveva accusato di slealtà, e Trump ha ammesso: “A volte ascolto queste raccomandazioni”. Un’ora dopo aver parlato con il Washington Post, Loomer annuncia su X una pausa dal suo show online per prepararsi al matrimonio. “È come una bomba nucleare”, dice al Washington Post una delle persone che l’hanno pagata. “È efficace, ma può mandare tutto in rovina se non si sta attenti”. Loomer la prende come un complimento. “Sono contenta che la gente mi consideri efficace”. Leggi l’articolo di @rvivaldelli su InsideOver.com it.insideover.com/politica/m… #loomer #trump #usa
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“Mi vergogno di essere uscito mentre i ragazzi che erano con me in cella, e che spesso mi proteggevano, sono ancora lì”. Lo dice al giornale israeliano Haaretz il dottor Mazen Rantisi, medico palestinese di 71 anni di Ramallah, conosciuto in Cisgiordania occupata come il “medico dei poveri” per le tariffe bassissime della sua clinica. Il 25 ottobre esce dopo 127 giorni nelle prigioni israeliane di Ofer e Nafha, con una ferita ancora fresca sulla fronte. Lo arrestano il 21 giugno. Per uscire accetta un patteggiamento con la procura militare. Ammette di far parte dell’Unione dei Comitati per il Lavoro Sanitario, un’organizzazione sanitaria palestinese che Israele ha messo al bando, e la pena è pari ai giorni già passati in carcere. La multa di 100.000 shekel la raccolgono amici e familiari. “Vogliono dimostrare lealtà trattandoci con crudeltà”, dice delle guardie. “Ci picchiano e ci prendono a calci quando siamo ammanettati”. “Di notte battono forte sulla porta della cella per svegliarci, e accendono e spengono la luce ogni mezz’ora. Se la spegniamo noi, minacciano lo spray al peperoncino. Per dormire ci copriamo la testa con una coperta che puzza di urina”. “Scappiamo all’altro capo della cella, ci copriamo la testa e sopportiamo il bruciore dello spray e il soffocamento per altre due o tre ore”. Il medico denuncia anche la scabbia, diffusa in tutte le carceri israeliane, e la mancanza di medicine. In cella con lui c’è un diabetico che dalla fine del 2023 non riceve le gocce per gli occhi. Ha perso la vista da un occhio, e Rantisi è convinto che presto la perderà anche dall’altro. Interpellato da Haaretz, il Servizio penitenziario israeliano sostiene che le accuse sono parte di una “campagna diffamatoria” e ai detenuti sono garantite cure mediche e condizioni di vita conformi alla legge. L’ultimo giorno, nel cortile del carcere di Ramon, una guardia lo spinge e Rantisi cade di faccia. Un ragazzo in cella con lui gli dice di denunciarlo, “perché non succeda ad altri”. Rantisi lo racconta al direttore del carcere. “Sei un bugiardo”, gli risponde il direttore. #westbankunderattack #palestine
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Isolare i territori palestinesi significa anche impedire di documentare quello che accade. Secondo l’ONG israeliana Yesh Din ci sono state 180 aggressioni contro i raccoglitori palestinesi nella stagione del 2026 e oltre 400 attacchi, secondo la Colonization & Wall Resistance Commission. Gli attivisti internazionali hanno cercato di entrare per affiancare i contadini palestinesi, nonostante sia molto complesso. I respingimenti di chi è riuscito ad entrare sono stati circa 70 quest’anno. deniedentrycampaign ha iniziato a mapparli per chiedere agli stati maggiori tutele. Il 22 ottobre, l’IDF ha fermato un gruppo di volontari, tra cui cinque italiane. Una di loro, rientrata in Italia dopo l’espulsione, ci ha raccontato cosa è successo. “Eravamo a casa di una famiglia palestinese quando alcuni coloni armati ci hanno raggiunte, identificate e arrestate. Siamo rimaste detenute per oltre 48 ore, prima in una stazione di polizia e poi nel centro di deportazione dell'aeroporto Ben Gurion. Il contadino che era con noi è stato costretto a rimanere seduto a terra per ore, senza acqua. Ci hanno raccontato di aver assistito alle torture di altri palestinesi arrestati, sentendoli urlare”. Allontanare chi documenta consente l’estensione del controllo israeliano sulle terre palestinesi, lontano dagli occhi internazionali. #westbank #settlers #idf
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548 detenuti nel braccio della morte non dovranno attraversare il miglio verde in California: la decisione, a firma del governatore uscente Gavin Newsom, è la più ampia concessione di clemenza da parte di un governatore nella storia contemporanea degli Stati Uniti. Le pene saranno tutte commutate in ergastolo senza possibilità di libertà condizionale. “Credo fermamente che le uccisioni autorizzate dallo Stato siano incompatibili con i valori della California, minino le fondamenta del nostro sistema legale e sminuiscano ognuno di noi”, ha scritto in una lettera aperta ai californiani il governatore. “Pur in assenza di esecuzioni da 20 anni, la California aveva il braccio della morte più ampio degli USA. Il governatore ha trasformato quella lunga pausa in un progresso importante e duraturo contro un sistema crudele, discriminatorio e antitetico ai diritti umani”, ha dichiarato Nadia Daar, direttrice generale di Amnesty International USA. Perché adesso? Durante il suo mandato Newsom si è espresso più volte sulle disparità nelle condanne a morte e, poco dopo essere diventato governatore nel 2019, aveva proclamato una moratoria sulle esecuzioni. La tempistica potrebbe essere legata anche alle ambizioni presidenziali di Newsom in vista del 2028. Per il consulente politico repubblicano Mike Madrid è una mossa audace, che rafforza la sua immagine tra gli elettori democratici più istruiti e benestanti, decisivi per vincere le primarie del partito. La posizione sulla pena capitale può però rivelarsi un punto debole. Secondo un sondaggio del Pew Research Center condotto nel luglio 2026, gli elettori democratici sono divisi: il 51% è favorevole alla pena di morte, il 48% è contrario. Negli ultimi anni le nuove condanne a morte in California sono passate dalle 42 del 1999 alle cinque del 2025. I californiani però hanno confermato la pena capitale in due referendum, nel 2012 e nel 2016. it.insideover.com/politica/c… #usa #deathpenalty
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Il 7 novembre gli studenti albanesi tornano davanti al ministero dell’Istruzione di Tirana per chiedere le dimissioni del premier Edi Rama. Ora protestano due volte a settimana, il mercoledì e il sabato. Il 31 ottobre, nello stesso posto, decine di ragazzi a volto coperto hanno lanciato sampietrini e molotov contro la polizia, che ha risposto con gli idranti. Il giorno prima il ministro dell’Interno Ervin Demo aveva contato 269 minorenni arrestati dall’inizio delle proteste. “L’Albania è un Paese in grande difficoltà. Dobbiamo affrontare problemi come la mancanza di elettricità, di acqua corrente e di risorse. Non c’è alcun motivo per cui, nel 2026, l’Albania debba ancora avere difficoltà a garantire il cibo ai propri cittadini. Ci sono persone che lavorano dalle 12 alle 16 ore al giorno e vengono pagate 400 euro al mese”. Lo racconta una manifestante. Le prime proteste, dice, erano pacifiche. “La situazione ha cominciato a degenerare quando la polizia ha iniziato a lanciare spray urticante contro di noi. Ci aggredivano, ci spingevano e arrivavano persino ad arrestarci”. Lei stessa è stata arrestata e detenuta tre giorni dopo aver manifestato davanti alla sede del primo ministro. “Mi hanno preso a calci. Quell’arresto era illegale, e a stabilirlo è stata anche una sentenza del tribunale”. La mobilitazione si chiama Flamingo Revolution, dai fenicotteri della laguna di Narta. È cominciata a fine maggio a Zvërnec contro il resort di lusso che una società legata a Jared Kushner, genero di Donald Trump, vuole costruire nell’area protetta e sull’isola di Sazan. Poi è diventata una protesta contro la corruzione, i rincari e il governo. “Quello che è iniziato con la laguna di Narta era solo la punta dell’iceberg”, dicono i manifestanti. All’Unione europea chiedono di intervenire. “Avrebbe dovuto reagire molto tempo fa. I Paesi europei avrebbero dovuto dichiarare Edi Rama persona non grata”. “Non chiediamo soltanto le sue dimissioni, ma quelle dell’intero governo, che ha avuto un ruolo nei 36 anni di corruzione che hanno segnato l’Albania”. Guarda il reportage completo di Alessio Tricani su InsideOver.com e sul canale YouTube #rama #albania #protests
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“Tutto quello che ricavo dalla vendita di questa casa andrà a Medici Senza Frontiere per i bambini di Gaza”. Lo dice Eugenia, un’anziana di Rocca Cilento, in provincia di Salerno, che ha deciso di mettere in vendita la casa di famiglia e di dare tutto il ricavato all’organizzazione medico-umanitaria, per curare i bambini della Striscia. La casa è un palazzo del Seicento con una cappella dedicata a San Giuseppe. In giardino c’è l’albero di loti che il padre di Eugenia piantò nel 1949, per il suo matrimonio. “Quando andremo dal notaio, dovranno dirmi cosa vorranno poi farne di questi soldi, un ospedale o un’altra struttura, per non far morire più quei bambini”, racconta. Medici Senza Frontiere lavora nei territori palestinesi dal 1988. A Gaza continua a curare la popolazione anche dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025: da novembre 2023 ha fatto oltre 2,2 milioni di visite, distribuisce acqua potabile a più di 400.000 persone al giorno e offre supporto psicologico. “Questo non è un cessate il fuoco”, scrive l’organizzazione, perché l’esercito israeliano continua a colpire la Striscia e a bloccare l’ingresso di medicine e aiuti. La storia di Eugenia l’ha raccontata per primo l’agente immobiliare Francesco Pio Figliola, nel video in cui presenta la casa. “Nella mia carriera ho avuto modo di conoscere tante persone, ma non mi era mai capitato di incontrare un gesto così importante”. Eugenia spiega perché ha scelto proprio i bambini di Gaza. “Avete visto i video di questi bambini che vengono colpiti duramente dall’esercito israeliano, chi ha perso una gamba, chi ha perso un braccio. Le amputazioni le fanno senza anestesia. A Gaza i bambini non hanno niente. C’è bisogno di strutture sanitarie. È per questo che penso a loro”. Crediti video Francesco Pio Figliola #gazagenocide #medicisenzafrontiere
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Il Parlamento federale belga discute tutta la notte e verso le 5 del mattino del 6 novembre approva la legge che autorizza la polizia a entrare nelle abitazioni private per i controlli sull’immigrazione. Gli agenti potranno entrare nella residenza di un cittadino straniero “anche se si tratta della casa o del luogo di residenza di una terza persona”. “Il Belgio vanta una solida tradizione di solidarietà verso le comunità di migranti, con molte persone che aprono le porte delle proprie case e offrono alloggio, cibo e sostegno, come è loro diritto. Questo scoraggerà le persone dal fare altrettanto in futuro”, ha dichiarato prima del voto Dinushika Dissanayake, vicedirettrice regionale di Amnesty International. Le irruzioni, autorizzate da un giudice istruttore, potranno essere disposte in base a criteri tra cui l’esistenza di un ordine di espulsione nei confronti della persona ricercata e la sua presunta pericolosità per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale. Quest’ultimo requisito, tuttavia, non è definito nel testo. “La legge conferisce alla polizia ampi poteri per entrare nelle case delle persone a fini di controllo dell’immigrazione, tra le 5 del mattino e le 9 di sera, indipendentemente dalla presenza di bambini”, aggiunge Amnesty International. Anche l’organizzazione belga 11.11.11 critica il provvedimento e paragona le irruzioni nelle case agli arresti dell’ICE, la polizia federale americana dell’immigrazione. Il governo di destra del premier Bart De Wever difende la legge: serve a far eseguire gli ordini di espulsione contro chi considera un pericolo per l’ordine pubblico. In Belgio circa il 37% dei residenti ha origini straniere, a Bruxelles quasi il 79%. La sera del 4 novembre, prima del voto, circa 3.000 persone circondano con una catena umana il Palazzo di Giustizia di Bruxelles. La manifestazione la organizzano Amnesty International Belgio e altre 36 associazioni, con più di 50 iniziative di protesta nel resto del Paese. Dopo il voto Amnesty chiede di cancellare subito la legge. “Nessuno deve essere trasformato in capro espiatorio per i rincari e l’insicurezza economica”, scrive Dissanayake. #belgium #immigration #amnestyinternational
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Immagina di non poter più avere accesso al tuo conto corrente da un giorno all’altro. È quanto è successo a tre milioni di persone in Paraguay, la metà della popolazione del Paese, che si sono visti bloccare i risparmi di una vita dopo il crollo di un istituto di credito chiamato Ueno Bank. Migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere la restituzione dei propri risparmi e le dimissioni del presidente Santiago Peña, coinvolto nello scandalo e ora agli arresti domiciliari. Dopo la sua destituzione, il vicepresidente Pedro Alliana ha prestato giuramento come nuovo presidente. Come si è arrivati a questo punto? Ueno Bank era fino a pochi anni fa una piccola banca digitale. Con Peña al governo è diventata un colosso e ha attirato più di 800 milioni di dollari dall’Istituto di Previdenza Sociale e da altri enti pubblici. Peña, fino a marzo 2025, era azionista di Ueno Holding, società partecipata da Grupo Vázquez, il conglomerato che controlla la banca. Il 2 novembre la Banca Centrale del Paraguay ha avviato la procedura di risoluzione, lo strumento con cui l’autorità prende il controllo di una banca in crisi. Il capitale necessario a coprire i rischi era diventato insufficiente. Secondo la denuncia presentata alla Procura, i vertici hanno dato prestiti senza garanzie, spesso a imprese amiche o a società create apposta. Ueno Bank ha finanziato anche gli eventi politici di una rete di partiti e leader di estrema destra in tutto il continente americano. È una rete legata al mondo MAGA, il movimento di Donald Trump, che arriva fino a Vox, il partito spagnolo di estrema destra. Al centro ci sono Fernando Cerimedo e Javier Negre, consulenti politici di leader come l’argentino Javier Milei. Intanto, nelle piazze di Asunción, la capitale, la polizia ha represso le proteste con proiettili di gomma e lacrimogeni. Alla fine Peña si è dimesso e ha chiesto scusa ai cittadini. Chi restituirà i risparmi di tre milioni di persone? it.insideover.com/politica/p… #paraguay #uenobank
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“Fin dall’inizio, il nostro piano era quello di portare questo tour negli Stati Uniti. Ma dopo settimane di tentativi, nove importanti arene americane ci hanno rifiutato.” Lo scrive il rapper americano Macklemore in un post di sette slide su Instagram il 6 novembre, in cui parla di “intimidazioni, manipolazioni e repressione”. Tra le arene che lo rifiutano ci sono il Madison Square Garden di New York, la Crypto.com Arena di Los Angeles e il Barclays Center di Brooklyn, più altre sei sedi tra New York, Los Angeles, San Francisco e Seattle. Secondo Macklemore entro metà settembre aveva ricevuto date disponibili in queste arene fino alla fine dell’anno. Le date spariscono non appena le sedi scoprono che si tratta di concerti di beneficenza per la Palestina. “Le porte erano chiuse”, scrive. “Le conversazioni erano tutte diverse, ma il risultato era lo stesso. Gli spettacoli non sarebbero stati autorizzati in quei locali.” Macklemore era stato escluso a inizio settembre dal tour di Ed Sheeran negli Stati Uniti, dopo un discorso sul palco a sostegno della Cisgiordania occupata. Da allora organizza da solo il Free Palestine Tour: tre concerti a Dublino, Londra e Parigi a fine ottobre, più di 43.000 persone, in quello che il critico Alexis Petridis del Guardian descrive come “un trionfo”. “Le intimidazioni e le manipolazioni che ho subito sono la tattica di chi è al potere per tenere a bada gli artisti”, scrive. “State zitti e palleggiate, altrimenti sarete puniti.” Macklemore scrive che il clima politico negli Stati Uniti sta cambiando: il 3 novembre il democratico Abdul El-Sayed vince le elezioni per il Senato con un programma che include la fine del genocidio a Gaza e lo stop alla vendita di armi a Israele. L’AIPAC spende 42 milioni di dollari per farlo perdere, senza riuscirci. “I miliardari credono di aver comprato anche le persone”, scrive. “Dimenticano che siamo noi a riempire le loro arene e a costruire i loro imperi. E abbiamo il potere di farli crollare.” “Potranno anche possedere gli stadi”, chiude. “Ma non possiedono le persone che li riempiono. E non le possiederanno mai.” #macklemore #palestine #freepalestinetour
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Ali Cherri, regista e artista francese di origine libanese, ha perso i genitori, di 87 e 77 anni, nel bombardamento israeliano del 26 novembre 2024 contro un edificio residenziale di Beirut. Nell’attacco sono stati uccisi sette civili, poche ore prima dell’entrata in vigore del cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah. Il 1° aprile 2026 Cherri presenta alla giustizia francese una denuncia, insieme alla Federazione internazionale per i diritti umani (FIDH). L’accusa è di aver colpito intenzionalmente un obiettivo civile, un crimine di guerra secondo il diritto internazionale. Il 3 novembre la sezione crimini contro l’umanità del tribunale di Parigi apre un’indagine per crimine di guerra e la affida a due giudici istruttori. Dall’8 ottobre 2023 gli attacchi israeliani in Libano hanno ucciso 8.957 persone, secondo il ministero della Salute libanese. Tra la fine di novembre 2024 e il 1° marzo 2026, nonostante il cessate il fuoco, l’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani (OHCHR) ha verificato l’uccisione di 139 civili in operazioni israeliane proseguite quasi ogni giorno. Dal 2 marzo 2026, con la ripresa dei bombardamenti, i morti sono 4.390, sempre secondo il ministero. Dal 16 aprile è in vigore un nuovo cessate il fuoco, ma nei primi 5 giorni di novembre almeno tre persone sono state uccise nel sud del Paese, riferisce l’agenzia azera APA. Israele usa il fosforo bianco nel sud del Libano dall’ottobre 2023, documenta Human Rights Watch. È una sostanza incendiaria che prende fuoco a contatto con l’aria e provoca ustioni profonde. Nel 2024 l’organizzazione ne ha verificato l’uso in almeno 17 comuni, in cinque dei quali le munizioni sono esplose sopra edifici residenziali. Usarlo in aree abitate è “indiscriminato” e vietato dal diritto internazionale umanitario. L’esercito israeliano ha negato di averlo usato nell’ottobre 2023, poi ha ammesso che i suoi proiettili fumogeni lo contengono. Sull’inchiesta di Parigi Amnesty International dice: “Un passo fondamentale e atteso da tempo per incrinare il muro di impunità di cui godono le forze israeliane per i crimini di guerra”. @cbonneauimages #lebanonunderattack #france
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Le elezioni di midterm riaprono il dibattito sul rapporto tra Stati Uniti e Israele. Guerra con l’Iran, crisi a Gaza e perdita di consenso della lobby AIPAC sono indicati come segnali di una possibile svolta dopo decenni di sostegno bipartisan a Tel Aviv. Leggi l’articolo completo di @MarcoCarnelos it.insideover.com/politica/m…
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In Ucraina 3,6 milioni di persone vivono lontano da casa a causa dell’invasione russa iniziata nel febbraio 2022. Sono sfollati dentro il proprio Paese, non profughi all’estero. A contarle è l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), l’agenzia dell’Onu che segue gli spostamenti di persone, con interviste telefoniche fatte tra il 24 giugno e il 26 agosto 2026. Il 68% è sfollato da più di due anni e metà da almeno tre anni e undici mesi. Nei tre mesi prima dell’intervista 119.000 persone sono state costrette a lasciare casa, o a spostarsi di nuovo. Il 57%, cioè 2.070.000 persone, viene da distretti occupati dalla Russia in tutto o in parte. Le regioni d’origine più frequenti sono Donetsk (30%) e Kharkiv (16%). Tra chi è sfollato da più di un anno, il 43% di chi viene da zone occupate dice di non avere speranza di tornare, contro il 35% di chi viene da zone non occupate. L’89% non pensa di spostarsi nei prossimi tre mesi e il 9% progetta di tornare a casa. Il 62% vive in affitto, circa 2.260.000 persone. Il 12% di chi è in affitto o ospite gratis pensa di rischiare di perdere l’alloggio entro sei mesi. Un terzo degli sfollati, 1.210.000 persone, abita in distretti vicini al fronte, dove si combatte o che confinano con territori occupati. Il 57% ha avuto tagli di corrente senza preavviso negli ultimi tre mesi. Il 28% dice di non avere lenzuola né asciugamani, il 25% ha bisogno di apparecchi per il riscaldamento. Nelle famiglie con un componente disabile, circa 1.380.000 persone, l’86% ha avuto bisogno di cure mediche negli ultimi tre mesi e il 48% le ha ottenute tutte. Il 57% ha ridotto le spese sanitarie essenziali. L’Oim chiede che gli aiuti arrivino alle famiglie più vulnerabili vicino al fronte prima che i rischi dell’inverno diventino critici. #ukraine #russia
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“Trump ha ragione”. Il neo eletto Abdoul El-Sayed, primo musulmano della storia al Senato degli Stati Uniti, ha elogiato l’annuncio di Donald Trump sul taglio degli aiuti a Israele. Una dichiarazione che rompe schemi consolidati nella politica americana. Leggi l’articolo completo di Davide Malacaria it.insideover.com/politica/i…
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