Chiariamo alcune cose sulla riforma della giustizia di Nordio e sul referendum.
1. No, il delitto di Garlasco, il caso della famiglia del Bosco e tutte le altre cronache giudiziarie di cui alcune tv discutono insistentemente non c’entrano nulla con la riforma Nordio. O meglio, c’entrano solo nella misura in cui la destra prova a usare questi casi per alimentare l’odio verso i magistrati, facendoli passare per “cattivi e brutti”, così che la gente possa pensare che votare Sì al referendum significhi “colpire” i magistrati.
2. La riforma non accorcia i tempi dei processi, non evita errori giudiziari, non migliora la giustizia. Nulla di tutto questo. Per ridurre i tempi basterebbe assumere personale, avere più giudici, investire nei tribunali: cose a cui il Governo non è minimamente interessato. Al Governo, sappiatelo, interessa solo una cosa: che i magistrati lascino i politici liberi di delinquere. Con questa riforma (insieme alla Cartabia) otterranno proprio questo.
3. C’è chi dice che il problema sia che giudici e pm, entrambi magistrati, si conoscano personalmente, e questo li renda non imparziali. Ora, a parte che anche io conosco molti miei colleghi di maggioranza, ma non per questo sono più morbida quando li critico e li attacco. Ma il punto è che la riforma mica cancellerà i rapporti personali. Se oggi un pm e un giudice si conoscono, non è che domani smetteranno magicamente di salutarsi…
4. Qualcuno ama ricordare che Falcone si espresse a favore della separazione delle carriere. Bene. Ma è lo stesso Falcone che, nel corso della sua vita professionale, passò più volte dal ruolo di giudice a quello di pm e viceversa. Segno che non considerava quella distinzione un dogma invalicabile. Anzi, se ha potuto ottenere i risultati straordinari che conosciamo, è stato anche grazie alla possibilità di muoversi all’interno di un’unica magistratura. Usarlo quindi come “santino” per sostenere la riforma è disgustosamente inopportuno.
Concludendo: la questione non è semplice e andrebbe approfondita accuratamente, ma a Meloni e company non interessa. A loro interessa solo far credere che votare Sì al referendum sia come votare contro i giudici e a favore di una giustizia più “performante”. Nulla di tutto ciò è vero, e ve l’ho appena spiegato.
Non permettiamo che facciano propaganda su cose serie come la giustizia.
Diamogli una lezione: fermiamo Nordio e Meloni con un bel NO!
Sono stata intervistata dal @DomaniGiornale
Qui, se vi va, il testo integrale ⤵️
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A capo di una Vigilanza Rai «imbavagliata» da oltre un anno, la senatrice Barbara Floridia denuncia le mosse della destra per bloccare i lavori della Commissione. I “casi Rai” sono numerosi, ma tutto resta fermo.
𝐇𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐜𝐚𝐬𝐨 𝐁𝐞𝐥𝐥𝐚𝐯𝐢𝐚 𝐢𝐧 𝐕𝐢𝐠𝐢𝐥𝐚𝐧𝐳𝐚, 𝐦𝐞𝐧𝐭𝐫𝐞 𝐧𝐞𝐥 𝐟𝐫𝐚𝐭𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐬𝐢 𝐞̀ 𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐚𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐆𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐯𝐚𝐜𝐲.
📍 Sulla terzietà di questo collegio sono già emerse ombre enormi. «Mi chiedo: può un organo sospettato di aver chiesto di spiare i propri dipendenti avviare un procedimento contro chi ha denunciato la sottrazione di dati in proprio possesso? Può un organo che ha il dente avvelenato contro Report interessarsi serenamente di questo caso?»
𝗜𝗻 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼, 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗶 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗶 𝗿𝗮𝗽𝗽𝗼𝗿𝘁𝗶 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝗺𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼𝗿𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝘁𝗮 𝗯𝗹𝗼𝗰𝗰𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗶 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗶 𝗱𝗮 𝗼𝗿𝗺𝗮𝗶 𝗽𝗶ù 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝗮𝗻𝗻𝗼?
📍 Ora che la guerra rappresenta il principale tema in tv, ho chiesto alla maggioranza di riaprire la commissione almeno per portare a termine un atto di indirizzo che avevamo condiviso. L’avevo incardinato a seguito dell’appello pubblico No peace No panel, per introdurre nel servizio pubblico linguaggi di pace, diplomatici, con esperti in grado di spiegare anche la valenza e l’importanza del diritto internazionale.
La maggioranza però continua a ostinarsi a non venire in Vigilanza, negando la possibilità stessa di convocarla.
𝐐𝘂𝗮𝗹 è 𝗹𝗼 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝗮𝗹𝘂𝘁𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗺𝗶𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗩𝗶𝗴𝗶𝗹𝗮𝗻𝘇𝗮?
📍Non sono tutelati i cittadini in primis e non è tutelata neanche la Rai. Sigfrido Ranucci, che subito dopo l’attentato ha avuto la solidarietà di tutti – caso talmente straordinario da tornare a far riunire la Vigilanza Rai – ora non ha neanche la possibilità di venire a spiegare il caso Bellavia. La scelta della maggioranza di imbavagliare quest’organo bicamerale è un atto eversivo, gravissimo.
𝗟𝗲𝗶 𝘀𝗶 è 𝗿𝗶𝘃𝗼𝗹𝘁𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗮𝗹 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗦𝗲𝗻𝗮𝘁𝗼. 𝗖𝗶 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗶 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗶?
📍Purtroppo no. A febbraio avevo convocato, in virtù del regolamento, la commissione per una seduta straordinaria per audire l’amministratore delegato. L’ad informalmente mi aveva dato la disponibilità per concordare la data, ma non siamo mai riusciti a fissarla perché la maggioranza ha invocato la Giunta del regolamento del Senato presieduta da Ignazio La Russa per chiedere se la mia interpretazione del regolamento fosse quella legittima. La Giunta, che si è anche riunita per altri casi, non ha mai trattato il tema e quindi mi ha abbandonata in questo stagno. Mi hanno lasciata lì senza la dignità di una risposta per un semplice motivo: bloccarmi.
𝐄𝐩𝐩𝐮𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐞 𝐝𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐮𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐢 𝐬𝐚𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞𝐫𝐨. 𝐋’𝐮𝐥𝐭𝐢𝐦𝐨 𝐜𝐚𝐬𝐨 𝐞̀ 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐯𝐢𝐜𝐞𝐝𝐢𝐫𝐞𝐭𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐑𝐚𝐢 𝐒𝐩𝐨𝐫𝐭, 𝐑𝐢𝐜𝐜𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐏𝐞𝐬𝐜𝐚𝐧𝐭𝐞, 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚 𝐜𝐞𝐥𝐞𝐛𝐫𝐚𝐭𝐨 𝐥𝐚 𝐟𝐢𝐚𝐦𝐦𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐌𝐬𝐢, 𝐦𝐚 𝐜’𝐞̀ 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐥𝐢𝐩 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐫𝐚𝐦𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐋𝐮𝐜𝐚 𝐁𝐚𝐫𝐛𝐚𝐫𝐞𝐬𝐜𝐡𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐫𝐢𝐯𝐨𝐥𝐠𝐞 𝐢𝐧 𝐦𝐚𝐧𝐢𝐞𝐫𝐚 𝐩𝐨𝐜𝐨 𝐥𝐮𝐬𝐢𝐧𝐠𝐡𝐢𝐞𝐫𝐚 𝐚 𝐄𝐥𝐨𝐝𝐢𝐞.
📍 Ciò che mi preoccupa è che andiamo verso un referendum importantissimo e verso le politiche e non esiste che la commissione di Vigilanza non possa vigilare sul servizio pubblico. In un Paese democratico non è normale. Ma dove stiamo andando? È una democratura.
𝗜𝗻 𝘂𝗻𝗮 𝗿𝗲𝗰𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝘃𝗶𝘀𝘁𝗮, 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗲𝗿𝗳𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗰𝗲𝗹𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲, 𝗵𝗮 𝗱𝗲𝘁𝘁𝗼 «𝗰𝗶 𝗵𝗼 𝗿𝗶𝗻𝘂𝗻𝗰𝗶𝗮𝘁𝗼». 𝗜𝗻 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼 𝘂𝗻 𝗼𝗿𝗴𝗮𝗻𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗹𝗮 𝗩𝗶𝗴𝗶𝗹𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗵𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼?
📍Difendere la Vigilanza ha senso perché è l’organismo bloccato, perché in Rai un presidente facente funzioni c’è. La Rai sta funzionando, il Cda si riunisce, FdI ha messo lì un amministratore delegato. Non è stata perfezionata la presidenza voluta da FI, ma siccome il presidente facente funzioni si chiama Antonio Marano e appartiene alla Lega è evidente a tutti che sciogliere il nodo non interessa al Carroccio e FdI fa spallucce. Ho parlato con la maggioranza per discutere almeno della riforma. Anche perché presto avremo l’infrazione che incombe già da agosto. Sono riusciti a temporeggiare incardinando il testo, ma nel momento in cui vedrà la luce scatterà l’infrazione perché hanno scritto l’esatto contrario di ciò che impone il Media Freedom Act europeo.
𝗖𝗼𝘀𝗮 𝘀𝗶 𝗮𝘂𝗴𝘂𝗿𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗹𝗮 𝗥𝗮𝗶 𝗶𝗻 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁’𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗰𝗼𝘀ì 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗹𝗶𝗰𝗮𝘁𝗼?
📍Vorrei che la maggioranza avesse il coraggio di darmi torto nella vicenda dell’applicazione del regolamento, scritto nero su bianco. E poi davvero che riaprano questa commissione, almeno per qualche audizione. Le sembra normale che il Parlamento, che è l’editore di questa azienda pubblica, non abbia avuto modo di audire l’ad neanche una volta in un anno?
La Corte di Conti boccia la delibera del Ponte sullo Stretto.
Salvini di dimetta!
Come preannunciato dal passaggio dell’ufficio di controllo, la sezione centrale della Corte dei Conti ha appena negato la registrazione della delibera del Cipess che avrebbe dato il via libera alla costruzione del ponte sullo stretto.
Oggi è il giorno epocale in cui la propaganda si scontra con la realtà e, come è ovvio che sia, ne esce sconfitta. Adesso è arrivato il momento di chiudere questa storia e di dare risposte concrete ai cittadini.
Proprio in questi giorni ho depositato un’interrogazione per chiedere quanti soldi sono stati già buttati in questa storia. È tempo che chi ha supportato questa assurdità paghi, e soprattutto vengano restituiti tutti i soldi tolti ai siciliani e calabresi.
E Salvini, che da anni prende in giro tutti riempendo di fumo negli occhi chiunque, si dimetta.
Lo abbiamo chiamato fin dal principio l’Affare Ponte, essendo certi che del ponte non avremmo visto nemmeno la prima pietra.
Solo lo spreco di fiumi di soldi per tenere in piedi società, consulenti, amici di amici e propaganda. Abbiamo avvisato e ripetuto a tutti di fermarsi, di non alimentare una macchina mangia soldi che non avrebbe prodotto niente, perché chiare ed evidenti erano, fin dal principio, le forzature e la tracotanza di un iter procedimentale che non ha dato voce ai territori, ai cittadini, agli esperti. Il muro, enorme, con cui si è scontrato l’Affare Ponte si chiama Corte dei Conti, l’organo che per volontà della Costituzione controlla gli atti dello Stato e ne valuta preventivamente la conformità alla Legge.
La notizia di ieri è che l’Ufficio Controllo della Corte che ha dovuto controllare la validità della delibera del CIPESS (il comitato interministeriale presieduto da Giorgia Meloni che ha approvato il progetto definitivo del Ponte) ha ritenuto, nonostante i chiarimenti richiesti nelle scorse settimane, di non poter consentire la registrazione dell’atto e lo ha trasmesso alla Sezione Centrale che si pronuncerà a seguito dell’udienza del prossimo 29 ottobre. I magistrati contabili avrebbero evidenziato pareri mancanti, iter ambientale da integrare, coperture da validare, istruttoria documentale da rafforzare. Insomma, un progetto che non sta in piedi e che è arrivato alla resa dei conti.
I nervosismi della maggioranza in queste ore certificano un fatto: la posizione ideologica non era la nostra, ma la loro.
La nostra contrarietà all’opera era frutto di criticità evidenti: fattuali, economiche, legali, tecniche, che adesso stanno venendo a galla. Sperando che questa storia assurda si chiuda al più presto con la decisione finale della Corte dei Conti che negherà il visto per la registrazione della delibera del CIPESS, dovrà però chiarirsi che, se così accadrà, non si è trattato di un gioco.
Montagne di soldi sono state già spese in attività inutili, fondi importantissimi per la Sicilia e la Calabria sono stati scippati senza motivo con danni incalcolabili e i cittadini sono stati presi in giro. La responsabilità è politica ed è chiara, e dovrà avere una ovvia conseguenza. Salvini si dovrà dimettere.
Ci vediamo domani, in piazza Santa Apostoli a Roma, alle 17:30, insieme a Giuseppe Conte, Sigfrido Ranucci, Marco Travaglio e tanti altri per difendere il giornalismo libero e indipendente. #VivaLaStampaLibera
Le parole sembrano sempre troppo piccole di fronte a gesti così gravi e vili.
A Sigfrido Ranucci e alla sua famiglia va tutta la mia solidarietà e la più profonda vicinanza.
Fa male pensare che chi dedica la propria vita alla ricerca della verità debba essere colpito in questo modo. Ma siamo certi che nulla potrà fermare la sua voce, né spegnere la luce che il lavoro di Report accende ogni giorno.
A chi ha compiuto un atto così ignobile, va la nostra condanna; auspichiamo che venga rapidamente identificato e fermato.
A Sigfrido, alla sua famiglia e a tutti coloro che credono nella libertà e nel coraggio, va invece il nostro pensiero più sincero: non siete soli.
Succede che Mario Sechi, ex portavoce di Giorgia Meloni, e direttore di Libero, parlando in tv della missione pacifista della Flotilla, dica testualmente che secondo lui “le barche devono essere affondate” e che quella della Flotilla sarebbe una “tragica pagliacciata”.
Io quindi faccio un video, sostenendo che un giornalista che si esprime in questo modo svilisce l’intera categoria.
Risultato? Oggi Sechi mi dedica un editoriale risentito, in cui mi accusa di “giocare col fuoco” perché - a suo dire - il mio intervento lo avrebbe esposto “al clima d’odio delle piazze”.
La cosa più grave è che Sechi continua a far finta di non capire, attribuendomi parole e intenzioni che non ho mai pronunciato né pensato.
Per me è chiaro: ogni parola contro la missione di pace della Flotilla è da condannare.
Quelle barche rappresentano la resistenza civile di 44 Paesi, e dire che “devono essere affondate” significa secondo me disprezzare il valore universale di quella missione di pace e solidarietà.
Non ho mai detto - né pensato - che Sechi volesse affondare la Flotilla con l’equipaggio a bordo. Anche perché quando ho pubblicato il video, l’abbordaggio era già avvenuto.
Ma Sechi, invece di guardare la luna, si ostina a fissare il dito.
Sembra non capire che il vero clima d’odio non si trova nelle piazze, né nelle stive di chi si imbarca per Gaza, ma nelle parole, come le sue, che arrivano a definire un atto di pace come una “tragica pagliacciata”.
Trovo inoltre curioso che Sechi si ricordi dell’importanza della Commissione di Vigilanza solo quando gli fa comodo, e non quando la stessa resta bloccata per volontà della maggioranza di governo di cui lui è un fiero sostenitore...
Se oggi avete visto i telegiornali #Rai avrete notato che si sono conclusi con un messaggio eccezionale: la denuncia pubblica dello stallo della commissione di vigilanza, bloccata da un anno perché la maggioranza di Giorgia #Meloni vuole imporre il proprio candidato alla presidenza.
Per questo il Parlamento non può discutere questioni decisive: come viene raccontato il genocidio a #Gaza, la missione della flottilla, le contromisure al crollo degli ascolti Rai e molto altro.
La vigilanza Rai è un organo di garanzia, non può essere tenuto in ostaggio da un ricatto politico.
Grazie a #Usigrai per aver avuto il coraggio di rompere il silenzio nei TG.
È il momento di dire basta: la commissione deve tornare a funzionare subito.
Questa notte la Flotilla per Gaza è stata attaccata con droni, esplosioni, bombe sonore. Due imbarcazioni colpite, tra cui quelle con cittadini italiani a bordo.
Israele si conferma una nazione terroristica che agisce nella più completa impunità. E Giorgia Meloni? Continuerà a tacere mentre la vita di nostri connazionali è in pericolo?
Mai come in questo momento serve tutto il nostro sostegno e mantenere altissima l'attenzione verso la Flotilla e verso chi, come il nostro Marco Croatti, in questo momento resiste in mare sotto attacco.
Con l'approvazione del Cipess, il Governo Meloni ha dato il via alla più grande operazione di spreco e prevaricazione mai vista negli ultimi decenni.
Non c’è un progetto esecutivo. Non ci sono certezze sui costi reali, sull’impatto ambientale, sul rischio sismico, sulla mobilità alternativa.
L’unica cosa certa sono i danni: ai cittadini, al territorio, alle casse dello Stato.
Infatti, oggi si approvano penali fino a 1,5 miliardi di euro nel caso in cui il ponte – come loro in fondo sanno – non si farà.
Avete capito bene: pagheremo per non farlo, dopo aver già speso centinaia di milioni per iniziare.
Ad un certo punto l’evidenza imporrà comunque di fermarsi, ma il danno sarà fatto.
Sarà imperdonabile.
Il Ponte è l’affare del secolo solo per gli amici di questo Governo.
E tutto questo con i soldi tolti alla Sicilia e alla Calabria.
Miliardi sottratti ai territori più fragili del Paese, strappati ai fondi per la sanità, le scuole, i trasporti, le bonifiche.
Perché la priorità è un’opera monumentale, non le vite reali delle persone.
Il peggio è che tutto questo viene fatto con una propaganda istituzionale foraggiata con uno stanziamento di 7 milioni di euro.
Spot pagati con soldi pubblici per convincere che questa follia è “visione”.
Una narrazione finanziata e costruita per mettere a tacere le domande, per oscurare i dubbi legittimi, per zittire le comunità che si oppongono.
Ma non possono mistificare tutto. Non possono comprare tutti.
I cittadini avranno sempre voce in capitolo, nonostante le leggi che derogano al dibattito pubblico e quelle che puniscono chi protesta pacificamente.
È necessario che ogni pezzo di questa storia, ogni attività legata al ponte, sia osservata, documentata, denunciata.
Vi chiedo: inviatemi tutto.
Foto, video, segnalazioni.
Ovunque partano lavori, rilievi, sopralluoghi.
Dobbiamo sapere.
E loro devono sapere che saremo lì a controllare ogni passo che faranno. Che vorremo conto e ragione di ogni euro speso e di ogni contratto firmato.
E sappiatelo:
Io sarò la vostra voce.
Non permetterò che si seppellisca la verità sotto miliardi di cemento e propaganda.
Tutti dovranno conoscere lo scempio che verrà.
Finalmente il testo base della riforma Rai è stato depositato in Commissione Lavori Pubblici al Senato. Un testo che presenta più ombre che luci.
Prendiamo atto del fatto che la maggioranza, pur in ritardo sull’urgenza dell’entrata in vigore dell’European Media Freedom Act, ha accolto alcune delle istanze minime previste dal regolamento europeo. Era doveroso farlo. Tuttavia, nel merito, ci sono aspetti che restano altamente critici e non ci soddisfano affatto.
Il superamento della nomina governativa diretta dei membri del CdA è un passo avanti solo apparente: la nuova composizione del consiglio, che vede 6 membri su 7 di derivazione parlamentare con nomine che dopo le prime due votazioni possono essere accordate a maggioranza assoluta, ripropone il rischio di una Rai ostaggio della maggioranza di turno.
Questo modello non garantisce indipendenza, ma ripropone logiche spartitorie, già viste e già fallite. Per questo noi chiediamo che le nomine avvengano sempre a maggioranza qualificata.
Siamo contrari anche alla norma che consente di ratificare l’elezione del presidente con la sola maggioranza assoluta della Commissione di Vigilanza già al terzo scrutinio. Un compromesso al ribasso che, di fatto, apre la strada a un controllo politico pieno anche su questa figura di garanzia, vanificando l’intento dichiarato di rafforzare il pluralismo.
Apprezziamo invece la stabilizzazione del mandato del CdA a cinque anni, ma solo se accompagnata da una selezione dei consiglieri basata su criteri trasparenti e rigorosi di professionalità. Sul fronte del finanziamento, la proposta di un tetto massimo ai tagli non ci soddisfa. Non ci si può accontentare della “non riduzione eccessiva” del canone.
L’unica garanzia vera per un servizio pubblico libero e indipendente è l’introduzione di una soglia minima di risorse stabilita nel contratto di concessione, legata all’inflazione e aggiornata regolarmente, nel solco di quanto richiesto dall’Emfa quando impone di garantire risorse stabili al servizio pubblico. Altrimenti, ogni anno la Rai resterà appesa alle decisioni, in certi casi ai ricatti, della politica.
Quanto alla possibilità di cedere partecipazioni societarie rilevanti, pur mantenendo il controllo azionario, restiamo molto, molto contrari: la privatizzazione collide frontalmente con l’idea del servizio pubblico.
Per il resto, attendiamo di approfondire il testo in dettaglio, ma già da ora possiamo dire che a settembre presenteremo emendamenti decisivi. Sarà quella la prova di verità: se la maggioranza vorrà davvero aprire un confronto serio e costruttivo, noi ci saremo. Ma se si sceglierà ancora una volta la strada della riforma unilaterale, a colpi di numeri, sarà un errore gravissimo. Un errore che comprometterebbe la credibilità del servizio pubblico e ci esporrebbe direttamente al rischio di sanzioni europee.
Mai come oggi serve un atto di verità.
Serve spezzare le catene della propaganda che in alcuni casi - non tutti per fortuna - continuano ad avvolgere la narrazione su Gaza, e iniziare a mostrare con sempre più chiarezza quello che sta realmente accadendo.
Come noto, i giornalisti internazionali non possono entrare nella Striscia: l’accesso è bloccato dall’esercito israeliano. Chi racconta da dentro lo fa rischiando tutto. Più di cento giornalisti sono stati uccisi. Alcuni colpiti mentre documentavano, altri mentre dormivano. È il conflitto con il più alto numero di reporter uccisi nella storia recente.
Francesca Albanese, relatrice ONU per i diritti umani nei Territori Palestinesi, lo ha detto chiaramente: è un genocidio in corso. E davanti a un genocidio, tacere non è prudenza e ogni ambiguità sconfina nella complicità. Viviamo nell’epoca della menzogna. Dove la manipolazione è quotidiana, e la verità è merce rara. Ma questo è un passaggio storico che ci riguarda tutti. E saremo giudicati per come abbiamo scelto di raccontarlo - o di voltare lo sguardo.
La RAI, servizio pubblico, faccia la sua parte fino in fondo. Dedichi uno speciale in prima serata a Gaza. Perché l’informazione non può fermarsi davanti alla paura. E perché, in tempi come questi, mostrare la verità è l’unico gesto di umanità che ci resta.
Ma voi ve le ricordate le parole di miele tra Trump e Meloni?
«È una leader e una persona fantastica», diceva Trump.
È «piena di energia», «fantastica», «siamo andati d'accordo alla grande».
«I love Italy». E si è visto…
Dall’altra parte, Meloni incensava Trump (e Musk) senza mai contraddirlo.
«Make Occident great again», trombetteggiava durante un incontro alla Casa Bianca.
Com'è finita?
Che Trump se n’è fregato altamente di Giorgia Meloni e dell’Italia, applicando dazi al 15%.
Questo giochino potrebbe costarci fino a 20 miliardi di euro in esportazioni in meno e 118 mila posti di lavoro persi.
Mi pare evidente: l’amicizia tra Trump e Meloni ha funzionato… ma solo per lui.
🔴 STOP AI VITALIZI!
Il Collegio d’Appello ha confermato ciò che abbiamo sempre sostenuto: la delibera Fico sui vitalizi è giusta, legittima e necessaria.
Fin dal primo giorno abbiamo scelto da che parte stare: dalla parte dei cittadini, non dei privilegiati.
Mentre c’era chi tentava di riesumare vitalizi d’oro per ex deputati rimasti in carica anche un solo giorno, noi ci siamo opposti e abbiamo sbarrato la porta ai vecchi privilegi.
In un Paese dove milioni di persone fanno fatica ad arrivare a fine mese, pensare di tornare indietro è semplicemente inaccettabile.
Non è stato un errore. È stato un insabbiamento di Stato.
Altro che "errore procedurale", altro che "non sapevamo". Ora è scritto nero su bianco: il ministro Nordio sapeva fin dal primo momento che il generale libico Almasri, accusato di crimini contro l’umanità, stupri, torture, omicidi, era stato arrestato a Torino.
Eppure lo hanno lasciato volare via, indisturbato, su un Falcon di Stato diretto in Libia. Con gli onori. Con il silenzio complice di chi doveva difendere la giustizia e invece ha difeso un criminale.
Meloni, Nordio, Piantedosi: hanno costruito un castello di bugie, versioni contraddittorie, colpe scaricate sui giudici, supercazzole a ripetizione. Hanno provato a sviare, a manipolare, a confondere.
Questo governo ha scelto di proteggere un torturatore.
Ora basta. La regista di questo film horror, Giorgia Meloni, venga in Aula e dica una volta per tutte la verità.
E Nordio, ministro della giustizia che ha calpestato la giustizia, vada a casa.
Subito.
In vista della presentazione dei nuovi palinsesti Rai per la prossima stagione, sento il dovere di esprimere una forte preoccupazione per alcune scelte editoriali e gestionali che rischiano di minare la credibilità del Servizio Pubblico radiotelevisivo.
Non è accettabile che, da un lato, si garantiscano compensi d'oro con minimi garantiti – cioè corrisposti indipendentemente dalla messa in onda e dai risultati effettivi – ad alcuni conduttori protagonisti di programmi che non hanno incontrato il favore del pubblico, e, dall’altro, si penalizzino trasmissioni che, pur affrontando tematiche scomode e subendo sistematicamente ostacoli e attacchi, continuano a ottenere risultati importanti in termini di ascolti e fiducia da parte dei cittadini.
In particolare, desta sconcerto il fatto che si scelga di ridurre risorse e spazio a programmi che da anni svolgono un lavoro serio di inchiesta e approfondimento, incarnando in modo esemplare la missione di un servizio pubblico indipendente, trasparente e orientato all’interesse collettivo.
Ciò che sta emergendo dal quadro delle recenti decisioni di palinsesto non può essere ignorato. È necessario un chiarimento da parte dei vertici aziendali, non solo per trasparenza, ma anche per evitare che queste scelte siano guidate da logiche estranee al merito editoriale, alla libertà e alla qualità dell’informazione. Anche solo offrire al pubblico una simile percezione rappresenta un danno d'immagine che la Rai non può permettersi.
Invito chi ha responsabilità decisionali all’interno della Rai a un urgente ripensamento. Non possiamo permetterci che il servizio pubblico venga percepito come uno strumento piegato a logiche politiche o utilizzato per depotenziare chi svolge il proprio lavoro con rigore e coraggio.
La Rai è di tutti, non di pochi. Questo dovremmo ricordarlo sempre.
Qualcuno si offende se dico che la presidente del Consiglio è patetica?
Sì, perché almeno i suoi compari hanno avuto il coraggio di dirlo chiaramente che non andranno a votare e che cercheranno di boicottare il referendum dell’8 e 9 giugno.
Lei invece si nasconde dietro formule e alambicchi, per prendere in giro gli italiani e sentirsi a posto con la coscienza.
Tipo: "Mi si nota di più se vado e non voto, o se non vado proprio?"
E la cosa ancora più grave è che lo ha dichiarato durante la parata per la Festa della Repubblica, massima espressione della democrazia e del voto popolare.
Diamo una lezione a Meloni, Salvini e company: l’8 e il 9 giugno tutti a votare!
Stanno mettendo il bavaglio alla democrazia.
E lo stanno facendo alla luce del sole.
Oggi, in Senato, abbiamo protestato con forza contro l’oscuramento del referendum e il blocco della Commissione della Vigilanza Rai.
La maggioranza ha paura della verità e prova a zittire chiunque osi raccontarla.
Vogliono silenziare la Commissione Antimafia, escludendo un magistrato come Roberto Scarpinato, che ha dedicato la sua vita alla lotta contro la mafia.
Nel frattempo, la Vigilanza Rai — che dovrebbe garantire un'informazione libera e trasparente ai cittadini — è paralizzata.
Sono mesi che denuncio questa situazione assurda. E se questo è grave in vista di un referendum, immaginate cosa possa significare in occasione delle prossime elezioni regionali, amministrative e politiche.
Questa non è solo arroganza. È una strategia scientifica per silenziare il dissenso, censurare i diritti e umiliare le istituzioni.
Noi non ci stiamo.
Continueremo a gridarlo in Aula, nelle piazze, ovunque serva.

















