Chiusi tutti i luoghi di culto a Gerusalemme, dal 6 marzo, per ragioni di sicurezza; oggi i nostri politici si svegliano tutti cristiani per una messa mancata.
Quando ammazzano migliaia di civili innocenti invece i valori cristiani ce li hanno su per il culo.
L’opposizione che, finalmente, fa una proposta da sinistra, è quasi commovente.
Poi va beh abbiamo il governo Meloni e non possiamo farci niente.
Per ora.
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I giudici che sbagliano e il referendum che non risolve nulla
Ci ripetono da settimane la stessa frase: i giudici sbagliano e non pagano mai. È lo slogan di chi vuole il sì al referendum, il nucleo emotivo di tutta la campagna. Una frase semplice, immediata, che funziona perché tocca un nervo scoperto. Chi non si è mai sentito vittima di una giustizia lenta, farraginosa, incomprensibile? Il problema è che quella frase, per quanto efficace, poggia su un ragionamento fallace. E chi la ripete o non conosce la Costituzione, o conta sul fatto che non la conosciamo noi.
Partiamo da un fatto: la Costituzione italiana prevede tre gradi di giudizio. Primo grado, appello, Cassazione. Non è un capriccio burocratico, non è un privilegio concesso ai criminali. È il cuore del giusto processo. L’articolo 24 garantisce il diritto alla difesa, l’articolo 27 stabilisce che nessuno è colpevole fino alla condanna definitiva. Tre gradi esistono perché il sistema parte da un presupposto preciso: il giudice può sbagliare. Non è un’ipotesi remota, è una possibilità strutturale, prevista e gestita. L’appello esiste per quello. La Cassazione esiste per quello. Quando un imputato viene condannato in primo grado e assolto in secondo, il sistema non ha fallito. Ha funzionato.
Il caso di Enzo Tortora lo dimostra in modo brutale. 1983, arrestato sulla base di dichiarazioni di pentiti. 1985, condannato a dieci anni per associazione camorristica. 1986, assolto in appello con formula piena: per non aver commesso il fatto. Confermata in Cassazione nel 1987. Senza il secondo grado di giudizio, Tortora sarebbe morto da condannato per camorra. Un uomo innocente, la cui unica salvezza è stata esattamente quel meccanismo che la Costituzione prevede: la possibilità di un riesame nel merito. Un giudice ha sbagliato, un altro ha corretto. Il sistema ha fatto il suo lavoro.
Allora la domanda è semplice: se la possibilità dell’errore è già contemplata dalla Costituzione, se il sistema è costruito per autocorreggersi, che senso ha trasformare l’errore in colpa personale del singolo magistrato? Che senso ha parlare di “giudici che sbagliano e non pagano” quando sbagliare è fisiologico e il rimedio è già previsto?
Nessuno. Nessun senso. A meno che l’obiettivo non sia un altro.
Perché c’è un dettaglio che i fautori del sì omettono sempre. Un referendum sulla responsabilità civile dei magistrati c’è già stato. Nel 1987. Vinse il sì con oltre l’80%. Il Parlamento avrebbe dovuto dare attuazione a quel voto. Invece approvò la legge Vassalli, che reintrodusse la responsabilità indiretta: il cittadino fa causa allo Stato, lo Stato eventualmente si rivale sul magistrato, con limiti talmente stringenti da rendere la rivalsa quasi teorica. Fu la politica a svuotare quel referendum. Fu una scelta deliberata del Parlamento.
Una scelta che però aveva una sua logica, se la si guarda senza pregiudizio. La responsabilità indiretta protegge un meccanismo fondamentale: l’indipendenza del magistrato quando indaga i potenti. Un giudice che sa di poter essere citato personalmente dal politico, dall’imprenditore, dal potente di turno per ogni sentenza sgradita non è più un giudice libero. È un giudice ricattabile. La responsabilità indiretta, con tutti i suoi limiti, preserva quello spazio di autonomia senza il quale nessun processo ai colletti bianchi sarebbe possibile. Chi chiede la responsabilità diretta sta chiedendo, nei fatti, che il magistrato ci pensi due volte prima di aprire un fascicolo scomodo. In un Paese dove la storia giudiziaria è fatta di indagini contro il potere politico ed economico, sappiamo bene a vantaggio di chi andrebbe questa esitazione.
Se oggi un giudice non risponde direttamente dei propri errori non è per un vuoto normativo, è per una decisione politica precisa. Chi oggi invoca il referendum come se fosse una novità sta chiedendo ai cittadini di risolvere un problema che la politica stessa ha creato.
C’è poi un punto che nel dibattito viene sistematicamente ignorato. Quando un imputato è condannato in primo grado e assolto in appello, non siamo davanti a un errore colpevole del giudice di primo grado. Siamo davanti a due collegi diversi che hanno valutato le stesse prove in modo diverso. È una divergenza interpretativa, non una colpa. L’appello non esiste per punire chi ha giudicato prima: esiste per garantire all’imputato un secondo sguardo. Trasformare ogni riforma di sentenza in responsabilità personale del primo giudice significherebbe demolire il principio stesso su cui si regge il sistema dei tre gradi. Significherebbe dire che esiste una sola interpretazione corretta delle prove, il che è il contrario di ciò che il diritto processuale insegna.
C’è poi l’altro argomento: la lentezza della giustizia, le condanne della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, i processi che durano anni. Tutto vero. L’Italia viene sanzionata regolarmente per la durata irragionevole dei procedimenti. La legge Pinto che risarcisce questi ritardi pesa sulle casse dello Stato, cioè sulle nostre tasche. Il problema esiste ed è grave. Solo che non ha nulla a che fare con il singolo magistrato. Un giudice che ha centinaia di fascicoli da gestire non decide di essere lento. Lo è perché mancano organici, personale amministrativo, risorse, infrastrutture digitali. È un problema di sistema, strutturale. Renderlo responsabilità personale del singolo giudice sarebbe come sanzionare l’infermiere del pronto soccorso perché i pazienti aspettano otto ore.
Il referendum non agisce su nulla di tutto questo. Non aumenta gli organici, non semplifica le procedure, non accorcia i tempi. Non tocca nessuno dei problemi reali che rendono la giustizia italiana disfunzionale.
Cosa fa, allora? Sposta il discorso dal piano sistemico a quello individuale. Dal “la giustizia funziona male” al “il giudice ha sbagliato e deve pagare”. È un’operazione retorica, niente di più. Il capro espiatorio individuale è sempre più comprensibile di un’analisi strutturale, sempre più vendibile in campagna elettorale.
Resta la domanda vera, quella che nessuno dei promotori del sì vuole affrontare: cosa c’è dietro? Se il referendum non risolve la lentezza, non corregge gli errori (già corretti dai tre gradi di giudizio), non colma un vuoto normativo (già colmato dalla legge Vassalli per scelta politica), allora a cosa serve? Cosa non ci stanno dicendo?
La risposta è nei fatti. Questo referendum serve a ridisegnare il rapporto tra politica e magistratura. Serve a rendere i giudici più fragili, più esposti, più condizionabili. Serve a chi ha bisogno di una magistratura addomesticata, che non disturbi troppo. Non è una riforma della giustizia. È una riforma del potere.
Chi vota sì convinto di punire il giudice che ha sbagliato, in realtà sta consegnando a chi governa l’arma per toglierci l’unico controllo indipendente che abbiamo.
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Infatti serve anche agli esponenti di Santa Romana Chiesa per molestare i minori.
Il sesso non serve solo a fare figli, dice il Vaticano
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Crescere bambini isolati garantisce futuri adulti disadattati.
Ammesso che ci arrivino all’età adulta, considerando le condizioni igienico-sanitarie.
Ma sì, trasciniamoci dietro ancora questo retaggio culturale che non fa altro che produrre orrori indicibili, effetti collaterali gravissimi e sempre più spesso irreversibili. Chi se ne fotte del benessere psico-fisico di tutti sti figli che manco chiedono di venire al mondo.
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Prima gridavano di aiutarli a casa loro, adesso vanno a casa loro ad aiutarli e sono irresponsabili.
Non se ne esce dal razzismo.
Devo aspettare tre settimane per andare dal medico base, su appuntamento, nel frattempo posso anche morire.











